La grotta del Castlet

Tratto dal bollettino “Labirinti” edito dal Gruppo Grotte Cai Novara (n.ro 38 del primo semestre 2005)

La Grotta del Castlet di Perlo (Cuneo)
di Maurizio Bazzano e Alberto Verrini

La grotta del Castlet si trova in una zona di calcari affioranti a circa un paio di chilometri a sud dell'abitato di Perlo in Val Tanaro. Conosciuta da tempo immemorabile veniva già citata nel "Dizionario geografico degli stati sardi" 1833-1836 a cura di G. Casalis. In questo testo venivano sommariamente descritte la cavità e la sua ubicazione, l'autore inoltre riporta notizie secondo le quali all'interno esisterebbero: "tre gallerie, l'una verso levante, l'altra verso in mezzodì, e la terza rivolta a ponente: quest'ultima è della lunghezza di sette mila e più metri; e si divide e sottodivide in molte vie, sale , camere, camerini, nel cui centro evvi una specie di tempio, in cui si vedono scolpite sulla pietra diverse figure di animali, di donne e vari geroglifici"
Dell'esistenza di questo scritto siamo venuti a conoscenza tramite il Prof. Achille Barberis profondo conoscitore della storia locale. Incuriositi ed affascinati dai suoi racconti decidiamo di ricercare nuove informazioni presso gli archivi speleologici piemontesi.
La grotta risulta essere iscritta al catasto speleologico Piemontese con il W 198 PI (CN) - Tana del Castelletto, Comune di Nucetto, Fraz. Perletta, Loc. Castelletto.
Una prima descrizione tecnica a cura del Dematteis compare su Rassegna Speleologica Italiana Memoria IX - Speleologia del Piemonte - parte 2° - Il Monregalese (1970).
Il rilievo allegato è poco più di uno schizzo e fornisce informazioni molto approssimative: nella parte alta però già si intravede un punto interrogativo su di uno stretto passaggio: occorreranno ancora molti anni prima che qualcuno vada a verificare questa segnalazione. Quattordici anni dopo un altro gruppo di speleo piemontesi, guidato da Ube Lovera, si cala al suo interno. I nuovi visitatori sono più determinati e il loro approccio con le difficoltà differente; la strettoia viene individuata e forzata; al di là vengono esplorate alcune decine di metri di grotta.

I nuovi ambienti, tettonici, sono caratterizzati da cumuli di massi instabili, soggetti a improvvisi movimenti franosi, che non suscitano le loro simpatie. Neppure il ritrovamento di una promettente seppur intasata frattura discendente li spinge a continuare l'esplorazione.
Ma forse la vera motivazione va ricercata in quello che sta succedendo in quegli anni nell'alta valle. Piaggia Bella è in forte evoluzione ed è comprensibile che i loro pensieri siano tutti indirizzati alla soluzione dei problemi marguaresiani; assumersi altri rischi in questa grottina non sembra valere la pena.
Di questa esplorazione troviamo notizia su Grotte, il bollettino del Gruppo Speleologico Piemontese e precisamente al N°86 Anno 27 set-dic 84. L'autore riporta anche un nuovo rilievo speditivo, aggiornato rispetto a quello di Dematteis. AI termine dei nuovi ambienti un sottile e breve tratteggio indica la frattura non esplorata.
Incuriositi da queste letture e con l'aiuto di alcuni conoscitori della zona decidiamo di visitare la cavità per verificare la corrispondenza fra quanto descritto prima dal Casalis e le notizie riportate dai bollettini piemontesi. Il 31 maggio, ci avventuriamo dunque, accompagnati dal Professor Barberis e da Filippo Nicolino, messo comunale del paese di Nucetto, che gentilmente ci accompagna con il suo fuoristrada fino in prossimità dell'ingresso.
La parte iniziale corrisponde sia alle descrizioni riportate dal Casalis che a quelle presenti nei rilievi del GSP; alla base del pozzetto di ingresso una breve galleria in leggera discesa conduce ad un grande salone, dove abbondanti fenomeni concrezionali in parte fossili si rinvengono sulle pareti e in parte della volta. Purtroppo in passato tali concrezioni sono state oggetto di asportazione massiccia. A terra rimangono i pezzi rotti e quelli troppo grandi per poter essere portati via.
Il salone è un ambiente molto grande caratterizzato da imponenti fenomeni di crollo, buona parte della volta si è distaccata intasando il fondo con una grande quantità di pietre e massi, anche di notevoli dimensioni. Lungo le pareti alcuni veli concrezionali si perdono fra i sassi del pavimento, indicando come in passato il fondo si trovasse molto più in basso e come in parte la frana sia di origine antica.
Sul fondo, a ridosso della parete opposta, un tentativo di scavo di circa un metro di profondità, operato da ignoti e già presente sul vecchio rilievo di Dematteis, conferma questa ipotesi. Ritorniamo nella parte alta del salone e seguendo il rilievo del GSP ci districhiamo fra alcuni grandi massi oltre i quali uno stretto passaggio conduce ad una piccola sala in parte ricoperta da colate calcitiche; il fondo è anche qui occupato da massi da crollo ed il tutto pare essere impostato sulla medesima frattura del grande salone.
Risalendo il lato destro si giunge dinnanzi ad una bella frattura, parallela a quella principale, larga circa un metro: le pareti sono costituite da un sottile velo di calcite. Con la posa di 2 spit e l'ausilio di una corda scendiamo per alcuni metri fino a raggiungere un terrazzino. Davanti a noi una sala un po' più grande di quella da cui proveniamo, il cui fondo si trova 5 metri più in basso. Per raggiungerlo è sufficiente discendere un ripido scivolo di terra e pietrisco. Più in basso i soliti massi di crollo occupano tutta la superficie,su un grande macigno in posizione centrale fa bella mostra di sè la scritta "GSP 84": qui sono terminate le esplorazioni degli speleo piemontesi nel 1984. Cerchiamo fra i grandi massi addossati alle pareti la frattura indicata da Lovera. Districarsi negli stretti passaggi fra i sassi instabili non è facile ma dopo alcuni tentativi individuiamo una frattura che pare essere quella giusta.
Lanciamo al suo interno alcune pietre per verificare in modo approssimativo dimensioni e profondità: i sassi rotolano facilmente rimbalzando più volte prima di arrestarsi, segnale di ambienti più ampi al di sotto.
Decidiamo di allargare il passaggio e tentare di scendere, occorrono circa 20 minuti per poter spostare le pietre che occludono in parte l'accesso. Si scende in libera senza l'ausilio di corde; da una parte la parete liscia, dall'altra macigni di frana, 4-5 metri e poi si arriva al fondo.
Qui gli ambienti sono più grandi ma sempre caratterizzati da imponenti fenomeni di crollo, giganteschi macigni fra i quali muoversi con attenzione; al di là di uno di questi appare una grande forra larga 4-5 metri, lunga 15-20 e forse più e alta quasi una decina.

Le pareti sono quasi lisce e leggermente inclinate, la base è ingombra di terra e sassi ed è piana, sui lati a ridosso delle pareti sono presenti piccole fratture discendenti. La forra termina con una parete particolarmente liscia e perpendicolare alla forra di accesso. Siamo probabilmente di fronte allo specchio di faglia che controlla tutto l'assetto di questa porzione di grotta.

Sono ambienti molto complessi impostati su grandi fratture tettoniche che si intersecano fra di loro; qui l'instabilità è la regola. Ci troviamo fra due grandi frane e cerchiamo di muoverci con circospezione alla ricerca del passaggio giusto che porti ancora al di là.

Non è facile ipotizzare cosa possa esserci ancora di esplorabile, anche se pare difficile addentrarsi ulteriormente attraverso questo settore così collassato. Comunque qualche cosa da rivedere meglio è rimasta: in particolar modo si potrebbe tentare di svuotare una frattura ubicata nel lato estremo dello specchio di faglia ed eventualmente si potrebbe tentare una risalita in artificiale di una dozzina di metri almeno a partire dal centro della forra, risalita che potrebbe portare nuovamente ad un livello superiore, plani metricamente oltre la sala esplorata dal GSP.